Il sistema educativo di don Bosco spiegato dal cappellano del Ferrante Aporti
Venerdì 08 Ottobre 2010 09:57
"Vedere turbe di giovanetti sull'etĂ da 12 a 18 anni; tutti sani, robusti, di ingegno svegliato; ma vederli lĂ inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire. Chi sa, diceva tra di me, se questi giovani avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o al meno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a Don Cafasso e col suo consiglio e coi suoi lumi mi sono messo a studiare il modo di effettuarlo".
Vista la mia presenza trentennale come cappellano salesiano all’Istituto Penale Minorile “Ferrante aporti” di Torino, non posso che iniziare da questa citazione tratta dall'"Introduzione al Piano di Regolamento per l'oratorio maschile di San Francesco di Sales in Torino nella regione Valdocco" (1854).
Quando don Bosco giunge a Torino, nel novembre 1841, si imbatte in una realtĂ sociale di transizione, caratterizzata da una prima ondata di sviluppo manifatturiero e commerciale, ma anche dal disordinato afflusso migratorio di persone di ogni genere, sradicate dai propri contesti, per nulla inserite nel tessuto civile. PrecarietĂ occupazionale, sfruttamento, sovraffollamento in alloggi inadatti, problemi igienici e sanitari, miseria morale, incuria educativa e anche devianza e pericolositĂ , si ripercuotevano dolorosamente sulla cittĂ , con conseguenze di difficile controllo sociale.
L'approccio di don Bosco fa dell'amorevolezza il metodo base per ogni approccio educativo, della ragione il processo che matura nei ragazzi la capacità di motivare le scelte ed elaborare le emozioni, della religione la cifra per definire e dare un senso globale a tutte le esperienze e valori della vita. Un trinomio ormai celebre strumento di una metodologia educativa. Si vuole, per dirla con don Bosco, «costruire buoni cristiani ed onesti cittadini».
Un sistema «preventivo», per  la volontà di prevenire esperienze negative, che potrebbero compromettere le energie del giovane oppure obbligarlo a lunghi e penosi sforzi di recupero. Non solo: l’arte di educare in positivo, proponendo esperienze adeguate e coinvolgenti, capaci di attrarre per la loro nobiltà e bellezza; l’arte di far crescere i giovani «dall’interno», facendo leva sulla libertà interiore, contrastando i condizionamenti e i formalismi esteriori; l’arte di conquistare il cuore dei giovani per invogliarli con gioia e con soddisfazione verso il bene, correggendo le deviazioni e preparandoli al domani.
L'educatore dev'essere convinto che in ogni giovane ci sono energie di bene da stimolare, «un punto sul quale far leva». Le relazioni con l'educato vanno fondate sull’amorevolezza. Molto più che una tecnica educativa, è questo il vero motore della pedagogia: «senza amorevolezza, non c’è confidenza e senza confidenza non c’è educazione». L'amorevolezza non deve prestarsi a estorsioni affettive, dev'essere espressiva - bisogna «che non soltanto i ragazzi siano amati, ma che sentano di esserlo» -, casta, con una gestione dell’affettività che non chiuda il giovane nei desideri dell’educatore, ma che miri a renderlo autonomo.
L'educazione non si fa in una sola istituzione educativa - famiglia, scuola, oratorio, chiesa, gruppo, lavoro - ma "ecologicamente", cioè nell'intreccio e nelle dinamiche delle reti relazionali interne ed esterne, nella vita del territorio, della città , del paese, all'interno dei processi storici in atto, nelle stimolazioni delle mode o degli avvenimenti. Nella tradizione salesiana il rapporto educativo è contornato da accenti caldi (amorevolezza, amicizia, paternità , fiducia, accoglienza...). Ma è pure caratterizzato dalle intenzioni di un amore esigente, che spinge ad incarnare i valori traducendoli in impegni e "senso del dovere"; che inizia ben presto alle responsabilità ; che rinforza positivamente gli impegni sulla via della crescita e del bene.
Don Bosco si sforzò di elevare il loro livello culturale e tecnico, aprendo scuole all'avanguardia, ma dava uguale importanza all’animazione del tempo libero. Espressione corporea, artistica, teatrale, gioco collettivo e sport trovano sempre un grande posto in una casa salesiana. Noi crediamo, poi, in un sistema dove pedagogia e pastorale sono indissociabili al punto che il nostro slogan diventa “Evangelizzare educando, educare evangelizzando”. Evangelizzazione che non si realizza soltanto nel momento dell’annuncio esplicito, ma anche quando si condivide e ci si impegna nel ricostruire gli spezzoni di vita.
Uno spunto interessante: don Bosco, nelle Memorie dell’Oratorio - scritte tra 1873 e 1876 - ricorda che a frequentare il primitivo catechismo domenicale, tra 1842 e 1845, erano ragazzi e giovani “savoiardi, valdostani, biellesi, novaresi, lombardi”; “giovanetti per lo più stranieri, i quali passano a Torino soltanto una parte dell’anno”; “scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori e altri che provenivano di lontani paesi”. Un'indicazione quanto mai attuale per una sfida che va raccolta oggi, quella dei ragazzi a rischio degli oratori e dei cfp, specie stranieri di seconda generazione.
Dall'intervento di don Domenico Ricca, sdb, cappellano del Ferrante Aporti, al convegno di apertura del progetto "Torino di santi, quale futuro?"
